Migranti e demenza: Modena, un modello di inclusione
“Ci siamo chieste da dove partire per conoscere le comunità straniere più numerose; ogni distretto ha delle caratteristiche, una distribuzione diversa. L’occasione preziosa è stata che la comunità Sikh, molto numerosa nel distretto di Castelfranco Emilia, organizza periodicamente dei raduni regionali di tutta la comunità dell’Emilia Romagna. La mediatrice culturale della cooperativa a cui la Ausl si appoggia per i servizi di mediazione culturale, che è anche parte della comunità, è stata un ponte perfetto: nell’ambito di alcuni incontri su temi sanitari la comunità Sikh aveva chiesto alla Ausl un contatto con il nostro centro disturbi cognitivi. Era un qualcosa che spontaneamente nasceva tra comunità e referente della promozione della salute.
Dal primo incontro ci si è resi conto che in realtà entrare in contatto con le comunità straniere è complesso perché bisogna partire da una conoscenza più approfondita dei bisogni specifici che presentano”, sono le parole di Valentina Guerzoni, geriatra della Ausl di Modena, e di Chiara Galli, neuropsicologa, che condividono l’esperienza del Centro disturbi cognitivi e demenze (Cdcd) di Modena sull’importanza dell’inclusione delle comunità migranti nella valutazione e nella gestione dei disturbi cognitivi. Un esempio concreto di quali cambiamenti possa attivare un progetto di ricerca come Immidem.
Immidem: migrazione e disturbi cognitivi in Italia
Il Progetto Immidem, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e finanziato dal Ministero della salute, rappresenta un’iniziativa pionieristica mirata alla comprensione e caratterizzazione del fenomeno dei disturbi cognitivi nelle comunità migranti, fenomeno che è il risultato della combinazione di due tendenze sociodemografiche: il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento dei flussi migratori. Oggi, in tutta Europa, ci sono circa 16,8 milioni di migranti anziani, esposti quindi a condizioni patologiche legate all’età, come la demenza. Tuttavia, misurare l’ampiezza del fenomeno della demenza e dei disturbi cognitivi nella popolazione migrante non è semplice. I ricercatori del progetto Immidem hanno cercato di quantificarlo, stimando che in Europa ci siano circa 500.000 casi di demenza e 6-700.000 casi di disturbi cognitivi lievi tra le persone nate in paesi stranieri. In Italia, si stima che i casi siano intorno ai 50.000. Numeri ancora relativamente piccoli (ma il sommerso potrebbe aumentare considerevolmente la portata del fenomeno) che però richiedono una risposta sanitaria adeguata e sensibile alle diversità culturali. La diversità culturale e linguistica rappresenta infatti una sfida nell’accesso ai servizi sanitari per le comunità migranti: queste barriere vanno superate, offrendo strumenti e formazione mirati, per garantire un’assistenza appropriata e inclusiva.
La formazione come punto di partenza dell’esperienza di Modena
“Non ci eravamo mai fermate a pensare a quanti pazienti con una storia di migrazione vedevamo”, ammette la geriatra Valentina Guerzoni. “Partecipando al corso, ci siamo rese conto che mancava una grossa fetta di popolazione, le persone con storie di migrazione, le persone straniere che ogni tanto vedevamo in ambulatorio. Rispecchiavano davvero i numeri attesi? Li stavamo valutando correttamente?”. Il corso a cui fa riferimento Valentina Guerzoni è uno dei tre corsi di formazione in presenza che il progetto Immidem ha organizzato nei primi quattro anni della sua attività. Gratuiti e rivolti al personale di istituzioni sanitarie interessato alla diagnosi e all’assistenza delle persone migranti con demenza, l’obiettivo principale di questi corsi è quello di fornire strumenti pratici e creare uno spazio di riflessione per diffondere un approccio culturalmente informato e guidato, nonché definire buone pratiche per l’assistenza dei pazienti migranti con disturbi cognitivi e demenza. Il Cdcd ha applicato una strategia di formazione a cascata estendendo le conoscenze acquisite durante i corsi Immidem a tutti i professionisti dell’unità operativa, ricca di figure diverse fra loro – geriatri, neuropsicologi, psicologi, terapisti occupazionali, infermieri. L’obiettivo era che tutta la comunità operativa fosse sensibilizzata, si confrontasse sul tema della presa in carico del paziente con demenza che ha una storia di migrazione, conoscesse gli strumenti più adeguati per la valutazione neuro-cognitiva. Chiara Galli, neuropsicologa, sottolinea l’importanza di cambiare prospettiva: “Il contesto è quello di iniziative virtuose ed è possibile, cambiando lo sguardo, provare a offrire percorsi più sensibili”. La partecipazione al corso di formazione di Immidem è stata quindi una esperienza preziosa per il personale sanitario di Modena, che ha permesso di rilevare un aspetto della propria quotidianità professionale spesso trascurato: la presenza significativa di pazienti stranieri con disturbi cognitivi e la necessità di adattare l’approccio diagnostico e terapeutico alle loro specifiche esigenze culturali. Il Cdcd di Modena opera all’interno di un’unità operativa territoriale che copre tutta la Provincia di Modena, comprendendo sette centri per i disturbi cognitivi. Questo permette un’ampia diffusione delle pratiche e delle conoscenze acquisite, soprattutto quelle derivate dalla partecipazione ai corsi di formazione del Progetto Immidem organizzati dall’Iss.
Un contesto di inclusione: le comunità amiche della demenza e le palestre della memoria
Una delle iniziative promosse dal Cdcd di Modena riguarda la formazione nelle Comunità amiche delle persone con demenza. Queste comunità sono territori che promuovono l’inclusione delle persone con disturbi cognitivi, coinvolgendo la popolazione locale in percorsi di formazione e sensibilizzazione. L’obiettivo è far sì che le persone con demenza possano vivere in modo sicuro e inclusivo, interagendo con una comunità preparata e consapevole delle loro esigenze. Valentina Guerzoni, geriatra della Ausl di Modena, sottolinea: “Lavoriamo a stretto contatto con le forze dell’ordine, la polizia locale, i farmacisti e i commercianti per sensibilizzarli sugli aspetti dei disturbi cognitivi, affinché possano supportare le persone con demenza nella loro quotidianità”. Questo approccio ha permesso di creare un tessuto sociale più accogliente e informato. Chiara Galli, neuropsicologa del Cdcd di Modena, coordina le palestre della memoria, rivolte agli anziani dai 70 anni in su. Questi gruppi settimanali di esercizi cognitivi hanno come obiettivo principale la socializzazione e la prevenzione dei disturbi cognitivi. Le palestre della memoria rappresentano un progetto sostenibile e comunitario, in cui i volontari formati dalla Ausl gestiscono i gruppi, promuovendo l’interazione sociale in contesti sia urbani che rurali. Il contesto della Ausl di Modena è fatto di iniziative virtuose sulle quali è stato possibile porsi il problema dell’inclusione delle comunità migranti nella valutazione e nella gestione dei disturbi cognitivi.
Costruire una rete al di fuori dei centri per costruire un contesto più inclusivo
Da dove partire per costruire un contesto capace di offrire percorsi inclusivi? Come garantire percorsi per offrire un migliore inquadramento del paziente con demenza e con un background di migrazione alle spalle e una presa in carico più appropriata? L’obiettivo successivo nel distretto di Modena, quindi, è stato provare ad avvicinarsi alle comunità straniere e intercettarle sul territorio. Un elemento chiave, emerso durante i corsi di formazione, è il ruolo e la presenza del mediatore culturale. Il mediatore culturale non è solo un traduttore, ma una figura che facilita la comprensione reciproca e aiuta a contestualizzare le informazioni sanitarie nella cultura del paziente. La sua è una figura centrale anche nella valutazione cognitiva dei pazienti migranti. La collaborazione con le mediatrici culturali è stata cruciale nel superare le barriere linguistiche e culturali nella relazione con la comunità Sikh, molto numerosa nel distretto di Castelfranco Emilia, ed entrare in relazione. “Abbiamo bisogno della mediazione per metterci realmente nei panni degli altri, dalla prospettiva di un’altra cultura”, spiega Guerzoni. La presenza del mediatore culturale durante le visite permette di superare le barriere linguistiche e culturali, garantendo una valutazione più accurata e rispettosa delle diverse identità culturali. “Anche la formazione ai colleghi è stata fatta insieme alle mediatrici culturali in coprogettazione con la Direzione sociosanitaria della ASL di Modena e questo a nostro parere è stato un valore aggiunto”, aggiunge Guerzoni.
La figura del mediatore infatti ha permesso di avere sin da subito anche nei momenti di formazione e nelle esercitazioni pratiche il punto di vista dei destinatari di potenziali servizi più inclusivi. L’Ausl di Modena ha poi stabilito contatti con i referenti della promozione della salute in ogni distretto socio-sanitario per identificare le comunità straniere più numerose e le loro specifiche esigenze. “Parallelamente la comunità islamica della nostra area montana aveva portato avanti un’iniziativa di moschee aperte di cui la referente della promozione della salute era conoscenza”, raccontano le dottoresse. “Ci hanno invitato e siamo andati per conoscerli: l’Imam di questa moschea si è reso disponibile per valutare insieme quali percorsi portare avanti con la loro comunità”.
L’approccio del Cdcd include anche incontri diretti con le comunità straniere. “Andare a incontrare le comunità straniere è complesso perché bisogna partire dalla conoscenza della comunità, dai bisogni che eventualmente presentano” spiega Guerzoni. Anche imparando dagli errori: “Il primo incontro in moschea, pur apprezzabile, non ha avuto la massima efficacia possibile”, raccontano. Il contesto caotico, con persone di passaggio per la preghiera, e le barriere linguistiche hanno reso difficile una comunicazione approfondita sul tema della demenza. “Tuttavia, anche gli errori sono utili per imparare e migliorare. Per questo stiamo sperimentando diverse strategie per raggiungere le comunità straniere in modo più capillare e mirato”.
Sfide e prospettive future
“Per raggiungere più persone possibili, abbiamo creato un gruppo di lavoro multidisciplinare che coinvolge diverse figure professionali, come geriatri, neuropsicologi, psicologi, terapisti occupazionali e infermieri. L’obiettivo è sviluppare un protocollo per affrontare le specificità della demenza nelle comunità straniere, tenendo conto anche del supporto ai familiari con background migratorio”, continuano. “Stiamo sperimentando diverse strategie, pronte a correggere il tiro se necessario, per costruire ponti e offrire un aiuto concreto a chi ne ha bisogno”. Nonostante i progressi, le sfide da affrontare sono molte, come la necessità di tradurre il materiale informativo in più lingue e di ottenere finanziamenti adeguati per il coinvolgimento dei mediatori culturali. Tuttavia, l’approccio multiculturale della Ausl di Modena, basato sulla collaborazione e sull’inclusione, rappresenta un modello virtuoso replicabile in altre realtà per migliorare significativamente l’assistenza ai pazienti migranti con disturbi cognitivi. La formazione continua, la collaborazione con mediatori culturali e il coinvolgimento diretto delle comunità straniere sono strategie fondamentali per creare un sistema sanitario più inclusivo e sensibile ai bisogni di una popolazione sempre più diversificata.
Migranti e demenza: storie e incontri con il Centro disturbi cognitivi e demenze di Modena
Un incontro, uno sguardo scambiato, una domanda inaspettata. È così che il Centro Disturbi Cognitivi e Demenze (CDCD) dell’Ausl di Modena ha avviato un dialogo diretto con le comunità migranti, portando informazioni preziose su un tema ancora poco discusso: la demenza e disturbi cognitivi. Il 15 e 16 febbraio 2025, le comunità filippina, araba e sikh hanno aperto le loro porte per parlare di invecchiamento, prevenzione e salute cognitiva.
Un evento di sensibilizzazione tra conoscenza e coinvolgimento
“Abbiamo pensato a un format che non fosse solo frontale, ma che permettesse alle persone di interagire con noi”, spiega la geriatra Valentina Guerzoni che ha guidato l’incontro con la comunità filippina. “Volevamo offrire non solo informazioni sulla demenza ma anche strumenti pratici per la prevenzione. Per questo abbiamo allestito dei corner tematici su alimentazione, attività fisica, stimolazione cognitiva e screening delle funzioni cognitive”.
E così, tra giochi di memoria per adulti e bambini, consigli nutrizionali adattati alle abitudini filippine e test cognitivi, le persone hanno iniziato a confrontarsi e a porre domande. “Abbiamo allestito un corner sulla stimolazione cognitiva con giochi di società e strumenti digitali”, racconta Chiara Galli, neuropsicologa. “Abbiamo voluto coinvolgere persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, perché la prevenzione parte dalla consapevolezza e dall’allenamento delle funzioni cognitive. Molti si sono cimentati nei giochi, trovando anche momenti di divertimento e confronto”.
Anche l’attività fisica è stata al centro della discussione. Vincenzo Acchiappati, chinesiologo, ha spiegato come l’allenamento della forza sia fondamentale per rallentare il declino cognitivo: “Molti conoscono i benefici della camminata e dell’attività aerobica in generale, ma pochi sanno che anche l’allenamento muscolare è molto importante per la prevenzione di molte patologie croniche come la demenza”.
Presente anche il corner sull’alimentazione, elemento fondamentale per la riduzione del rischio di malattie croniche. Paola Morana, dietista, ha condiviso con i partecipanti le linee guida per una sana alimentazione, predisponendo materiale relativo alle abitudini alimentari della comunità filippina, che in Italia sono rielaborate in un sincretismo culturale specifico, che consiste nell’adattamento delle ricette modenesi ai propri gusti e nella contemporanea rielaborazione dei propri piatti attraverso l’utilizzo di ingredienti italiani.
Dall’incontro in moschea all’ascolto attivo
Con la comunità araba l’approccio è stato diverso. Tutto è iniziato con il progetto Moschee Aperte, che ha permesso ai professionisti sanitari di entrare in contatto con le persone del territorio di Pavullo e Serramazzoni. “Abbiamo creato un questionario per capire quale fosse la percezione della demenza all’interno della comunità”, racconta Rossella Tozzi, geriatra. “Dai risultati è emerso che c’era un forte bisogno di informazione: molti non sapevano che esistono percorsi di diagnosi e supporto”
Le parole di Claudia Iacconi, referente per la promozione alla salute nel comune di Pavullo, raccontano il valore di questa relazione: “Con la comunità araba abbiamo creato un dialogo snello, diretto. Loro ci scrivono su WhatsApp, ci pongono domande. È un rapporto basato sulla fiducia, non sulla burocrazia. Questo rende tutto più efficace”.
La comunità sikh: “Vogliamo sapere di più”
Un altro momento chiave è stato l’incontro con la comunità sikh di Castelfranco Emilia, una delle più numerose della regione. La mediatrice culturale Kaur Narinder, che fa parte della comunità, è stata un tramite essenziale: “Molti non sapevano nemmeno che esistesse un centro per i disturbi cognitivi. Alcuni erano già andati dal medico di base, ma si erano sentiti dire che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Eppure, qualcosa li preoccupava davvero”.
L’importanza della figura del mediatore culturale è emersa chiaramente in questo incontro. “Le persone si aprono di più quando parliamo la loro lingua, quando capiscono che li ascoltiamo” racconta Narinder. “Ci hanno chiesto: ‘Ma il nostro medico sa di questa cosa? A chi dobbiamo rivolgerci?’ Abbiamo distribuito volantini, lasciato numeri di telefono. Vogliamo che sappiano che non sono soli”.
Andrea Salerno, geriatra, ha spiegato l’importanza di creare un punto di riferimento solido per la comunità: “Il nostro obiettivo è rendere più chiaro il percorso di accesso ai servizi sanitari, coinvolgendo anche i medici di base e i caregiver. La comunità sikh di Castelfranco ha già mostrato grande interesse e continueremo a collaborare con loro per offrire strumenti concreti di supporto”.
Anche Antonella Vaccina, geriatra, ha sottolineato il valore del lavoro fatto fino ad ora: “Quando siamo venuti la prima volta, la nostra mediatrice aveva già informato la comunità del nostro arrivo. Oggi è stato bello vedere che molte persone erano già consapevoli di cosa avremmo parlato. Hanno iniziato loro a porci domande più specifiche. Questo ci fa capire che il messaggio sta passando, che stiamo costruendo un ponte reale tra loro e i nostri servizi”.
Un percorso di crescita e di inclusione
Questi incontri hanno dimostrato che la conoscenza è il primo strumento per superare le barriere. Ma hanno anche evidenziato le difficoltà che ancora esistono. “C’è bisogno di tradurre più materiali informativi, di formare meglio i medici di base, di rafforzare il ruolo dei mediatori culturali”, afferma Valentina Guerzoni. “Ma la strada è tracciata: dobbiamo continuare a camminare insieme”.
L’esperienza di Modena non è solo un esempio di come un progetto come Immidem possa tradursi concretamente in esperienze sul territorio, ma un modello che evolve, cresce e si adatta ai bisogni reali delle persone. Ogni incontro ha aperto nuove porte, ogni dialogo ha avvicinato un po’ di più le comunità ai servizi sanitari. La sfida è aperta, e il cambiamento è già iniziato.






























